IL MEZZOGIORNO FRANA, L’ITALIA GUARDA ALTROVE

C’è una pagina di storia italiana che a scuola quasi nessuno racconta. Eppure basterebbe leggerla per capire quanto poco sia cambiato, in oltre un secolo, nel modo in cui questo Paese tratta il suo Sud.
Il 28 dicembre 1908, alle 5:20 del mattino, un terremoto di magnitudo 7.1 cancellò Messina e Reggio Calabria in trentasette secondi. Morirono tra ottantamila e centoventimila persone: fu la più grave catastrofe naturale che l’Europa moderna abbia mai conosciuto. Il sisma arrivò mentre la gente dormiva. A Messina crollò il novanta per cento delle case. Poi venne il maremoto, con onde alte fino a tredici metri. Chi era riuscito a scappare dalle macerie corse verso il mare pensando di salvarsi, e invece fu travolto dall’acqua. Nelle ore successive, il gas che usciva dalle tubature rotte alimentò incendi che divorarono quel poco che restava in piedi.
E chi arrivò per primo a soccorrere quelle persone? Non gli italiani.

Una flotta russa che si trovava in esercitazione nel Mediterraneo partì da Augusta senza nemmeno aspettare il permesso da San Pietroburgo. L’incrociatore Makarov fu il primo a entrare nel porto di Messina, la mattina del 29 dicembre, carico di cibo, coperte e medicine. I marinai russi scavarono tra le macerie e tirarono fuori più di mille sopravvissuti. La gente del posto li chiamò gli angeli venuti dal mare. Poco dopo arrivarono anche gli inglesi.

E l’Italia? Il Presidente del Consiglio Giovanni Giolitti seppe del terremoto già nella tarda mattinata del 28. Ma non ci credette. O forse non volle crederci. Secondo i racconti dell’epoca, liquidò la notizia come l’ennesima esagerazione dei meridionali per qualche comignolo caduto. I soccorsi italiani partirono da Napoli solo quella sera. Arrivarono in Calabria e Sicilia un giorno dopo gli stranieri.
Questa storia non la insegnano a scuola. Forse dovrebbero.

Sono passati centodiciassette anni, e in questi giorni la frana di Niscemipiù di millecinquecento persone evacuate, un movimento di terra più grande di quello del Vajont — ci sbatte in faccia la stessa verità: quando il Sud crolla, l’Italia si gira dall’altra parte.
Ma non c’è bisogno di guardare alla Sicilia. Basta guardare casa nostra.
La Calabria è tra le regioni più fragili d’Italia. Il ciclone Harry ha colpito anche noi, eppure sembra che non interessi a nessuno. Il 26 gennaio il Governo ha stanziato 100 milioni di euro. Per tre regioni: Sicilia, Calabria e Sardegna. Cento milioni in tre a fronte di danni che si contano in centinaia di milioni solo da noi. Briciole.
Viene da chiedersi: ma quando toccò all’Emilia-Romagna, com’è andata? Nel 2023, per l’alluvione in Romagna, il Governo tirò fuori oltre due miliardi di euro nel giro di pochi giorni. Poi arrivarono quasi 380 milioni dall’Unione Europea. Fu nominato un commissario straordinario. Fu attivata la cassa integrazione. Furono sospesi tributi e mutui. La Presidente della Commissione Europea volò di persona sui territori alluvionati. Si mosse una macchina enorme.
E noi? Noi aspettiamo. Come sempre.
Paola vive da decenni con il fiato sospeso. Il nostro territorio è fatto di colline che franano, torrenti che straripano (come lo Scirocco), strade che cedono. Ma quando si tratta di prevenire i disastri, di mettere in sicurezza, di investire prima che succeda l’irreparabile, noi finiamo sempre in fondo alla lista. Per questo, tramite il nostro rappresentante in Consiglio comunale Andrea Signorelli, chiediamo che l’Amministrazione si muova subito: che bussi alle porte della Regione e del Governo, che pretenda le risorse per la prevenzione e il ripristino, che faccia inserire Paola tra le priorità degli interventi contro il dissesto idrogeologico, e che si assicuri che chi ha subito danni riceva gli aiuti di cui ha bisogno. Non possiamo aspettare la prossima emergenza per scoprire che nessuno aveva mosso un dito.
C’è poi una questione più grande, che riguarda tutti noi meridionali.
Quando piove troppo in Emilia-Romagna, si parla di cambiamento climatico, di eventi eccezionali, di sfortuna. Quando piove troppo in Calabria, il discorso cambia: è colpa nostra. Abusivismo. Incuria. Mentalità sbagliata. Al Nord i fiumi esondano e nessuno ha colpe. Al Sud avremmo costruito i lungomari troppo vicini al mare. Per loro solidarietà, per noi prediche.
Ma la verità è un’altra, ed è scomoda per tutti: in Italia si è costruito troppo, spesso male, quasi mai pensando a cosa sarebbe successo quando fosse arrivata l’acqua. Anche in Pianura Padana hanno tirato su case sugli argini dei fiumi. Anche lassù hanno piazzato fabbriche in zone alluvionali. Solo che quando il disastro colpisce certe regioni, diventa una tragedia. Quando colpisce noi, diventa una colpa.
Il vento non chiede il codice postale prima di soffiare. La pioggia non controlla se sta cadendo sopra o sotto Roma. Finché continueremo a chiamare natura quello che succede al Nord e incuria quello che succede al Sud, non staremo raccontando la realtà. Staremo ripetendo un pregiudizio vecchio quanto l’Italia unita.
Al Nord i soldi, gli aiuti e la solidarietà arrivano quasi come la pioggia. Al Sud, dopo l’acqua viene il fango. E dopo il fango, qualche promessa che nessuno manterrà.
Sempre in attesa. Delle lezioni che non impariamo mai. E delle elezioni che arrivano puntuali.

prof. Leone Leonida
RBC Paola – Riparte il Futuro