Dal rispetto istituzionale al bullismo politico: Paola deve scegliere da che parte stare

C’è un’immagine arrivata da Castrovillari che vale più di cento consigli comunali.

Il candidato sindaco sconfitto Ernesto Bello si presenta dalla neo sindaca Anna De Gaio con un mazzo di fiori.

Un gesto semplice. Un gesto normale. Un gesto democratico.

Il riconoscimento del voto popolare, il rispetto dell’avversario, la consapevolezza che una campagna elettorale finisce e che da quel momento esiste una sola parte da difendere: la propria città.

Poi c’è Paola.

Qui il confronto politico sembra aver scelto un’altra strada.

Una strada che non passa dalle idee ma dalla delegittimazione personale, che non cerca il consenso attraverso le proposte ma attraverso l’odio, che non costruisce ma distrugge.

È il bullismo politico.

Non un episodio occasionale, ma un metodo. Un metodo che si è mostrato fin dalla campagna elettorale e che continua ancora oggi, consiglio comunale dopo consiglio comunale.

Accuse lanciate senza riscontri, documenti dichiarati falsi che falsi non sono, presunte irregolarità che si dissolvono davanti ai fatti, interpretazioni personali della legge trasformate in verità assolute, fino al tentativo di sostituirsi a prefetti, uffici e organi competenti pur di alimentare una narrazione utile soltanto alla propaganda.

Questa non è opposizione. È un’altra cosa.

L’opposizione è uno dei pilastri della democrazia. Controlla, verifica, propone alternative, denuncia quando esistono elementi concreti.

Il bullismo politico, invece, vive di sospetti, di slogan, di processi mediatici e della necessità di trovare ogni giorno qualcuno da mettere alla gogna.

Il problema è che questo clima non colpisce solo chi siede in consiglio comunale.

Colpisce l’intera città.

Perché quando tutto diventa scandalo, nulla è più credibile. Quando ogni documento viene definito falso senza prove, quando ogni scelta amministrativa viene trasformata in un complotto, quando il sospetto sostituisce i fatti, a perdere non è una parte politica: perde Paola.

E forse è proprio qui che emerge uno scontro generazionale sempre più evidente.

Da una parte una politica autoreferenziale, costruita sull’io, sull’autocelebrazione e sul conflitto permanente, convinta che demolire una persona equivalga a costruire consenso.

Dall’altra una politica che mette il bene comune davanti all’interesse personale, che preferisce una proposta a una polemica, una soluzione a un comunicato, un risultato a una passerella.

Perché esiste un principio che dovrebbe essere alla base di ogni amministratore e di ogni consigliere: l’onestà intellettuale.

E perché esiste una regola ancora più semplice: la legge si applica, non si interpreta a seconda della convenienza politica del momento.

Se esistono violazioni, ci sono autorità competenti chiamate ad accertarle. Se invece le accuse sono infondate, il danno resta comunque: persone delegittimate, istituzioni screditate e cittadini sempre più lontani dalla politica.

Paola non ha bisogno di inquisitori permanenti.

Ha bisogno di persone che sappiano confrontarsi senza odiarsi, controllare senza diffamare, fare opposizione senza trasformarla in una campagna permanente contro chiunque la pensi diversamente.

Il mazzo di fiori di Castrovillari non è soltanto un gesto di cortesia.

È una lezione di democrazia.

Perché si può vincere senza umiliare.

Si può perdere senza odiare.

E soprattutto si può amare la propria città più di quanto si ami il proprio ego.